|

|
LANZO - PIEMONTE
IL PONTE DEL ROC
Secondo la leggenda, nell’anno 1378, un insicuro architetto,aiutato dal demonio
e dai suoi fidi aiutanti, avrebbe iniziato la realizzazione del celebre ponte
sulla Stura di Lanzo, che congiunge il monte Basso con il monte Buriasco, soprannominato
da secoli Ponte del Roc, o "Ponte del Diavolo", concluso nel corso di una notte.
Altre interpretazioni sono state proposte. Forse Diau era il nomignolo del capomastro
incaricato della costruzione. Un’altra versione narra che circa per dieci anni
i cittadini del borgo furono obbligati a pagare gravosi balzelli sul vino per
recuperare i 1400 fiorini utili alla costruzione del ponte: si trattò di un vero
e proprio "pont del diau!".
Tale ardita costruzione è in pietra e si innalza a 15 metri su un torrente, spesso
impetuoso, che in questo punto ha già raccolto le acque dei ghiacciai delle sue
tre vallate. La sua struttura ad arco viene definita "a schiena d'asino".
Su Mondo romantico, un settimanale illustrato che usciva a Torino, nella seconda
metà del XIX secolo, lo scrittore Angelo Brofferio così aveva trascritto la leggenda
sulle origini del Ponte del Diavolo tramandata dalla tradizione orale: "Bisogna
prima di tutto sapere che una volta, molti secoli fa, si era stabilita nei dintorni
[di Lanzo] una colonia di diavoli, allo scopo di coltivare per l'inferno le anime
dei valligiani. Un giorno il diavolo in capo della colonia se ne andava in giro
alla ricerca, ma era assai sfiduciato perché da molti giorni i suoi sforzi riuscivano
infruttuosi, soprattutto per l'opera assidua che andava svolgendo negli stessi
luoghi, e con scopi naturalmente opposti, un santo uomo dei dintorni. Neanche
a farlo apposta quel giorno però i due avversari si vennero ad incontrare sulle
rive della Stura; pare che a quei tempi diavoli e santi si conoscessero personalmente
e non disdegnassero talora di scambiare fra loro qualche parola. Infatti il sant'
uomo - che forse non disperava nemmeno di arrivare a convertire il diavolo - incontrandolo
presso il fiume, non esitò ad attaccar discorso. - Come va, messer Satanasso?
Hai fatto buona raccolta di anime, oggi? - Eh, no! c'è una carestia birbona: non
si trova più nessuno che voglia venire con me: tutto per causa vostra, caro signor
Santo! - Non ci pensare, buon diavolo! io non ho merito alcuno se la gente delle
valli si va finalmente facendo migliore. Ascolta piuttosto. Tu vedi questo fondo
di torrente? Ebbene, non sarebbe possibile costruire un ponte che ne facilitasse
ai mortali la traversata pericolosa? Sovente, al guado, qualcuno ci casca, la
corrente lo travolge e non si salva più! - Già, e purtroppo, son tutti così buoni
ormai, che vanno diritti in Paradiso, tutt'al più in Purgatorio, ed io non ci
guadagno mai nemmeno uno straccio d'anima! - A maggior ragione dunque, tu che
sei forte in edilizia, dovresti provvedere. - Certo - rispose il diavolo un poco
perplesso e anche lusingato - io potrei in una sola notte far costruire dai miei
dipendenti un magnifico ponte, ma... - Ho capito - interruppe il santo - tu non
sei fatto per la beneficenza senza scopo; ma io, vedi, ho pensato anche a questo:
se tu farai il ponte solido e veramente utile a questa povera gente, io ti prometto
che il primo a transitarvi sopra sarà abbandonato in tuo dominio, corpo ed anima...
- Allora, patto concluso! - esclamò il diavolo fregandosi le mani dalle unghie
lunghissime - so che i santi come te non dicono mai bugie, ed hanno la ingenua
abitudine di mantenere le promesse. Dunque una volta tanto anch'io manterrò la
mia, e domani il ponte sarà fatto. D'altronde riuscirà così alto che si presterà
idealmente ai suicidi. E almeno chi si ammazza, non muore in odore di santità,
e viene direttamente con me all'inferno! - Questa ultima osservazione fu fatta
sottovoce, mentre il santo già si stava allontanando perché la compagnia del
diavolo alla lunga non gli era poi troppo gradita. Nella notte si scatenò un furiosissimo
temporale, per cui nessuno osò mettere il naso fuori dall'uscio di casa: in mezzo
alla bufera, davvero infernale però, i farfarelli e i barbariccia lavoravano tranquillamente,
facendo muovere massi che sembravano mezze montagne, cementandoli fra di loro
con un mastice potentissimo che traevano dritto dritto dall'inferno, e completando
poi l'opera con tutte quelle ornamentazioni rudimentali che a quell' epoca conoscevano
benissimo anche i diavoli. Allo spuntare del sole, la folla dei lavoratori cornuti
e chiodati sparì come per incanto, e il ponte apparve agile e bello col suo unico
arco elegantissimo che stringeva, quasi a congiungerle, le due opposte falde dei
monti. Il diavolo, intanto, si era nascosto presso la nuova costruzione e attendeva
che si effettuasse la promessa del santo: sentiva anzi già rumore all'altro capo
del ponte, e, nell'impazienza, si arrotava le unghie e si mordicchiava la punta
della coda. D'un tratto gli parve proprio di udire un passo grave e pesante risuonare
da presso: si acquattò pronto allo slancio e, quando sentì ormai vicinissimo il
passo, balzò dal nascondiglio sul misero viandante, gridando: - Ecco la mia preda!
- e si trovò fra le acute unghie un ingenuo vitello, preda ottima per un macellaio,
non per Belzebù. Vedendosi così ben beffato, il povero diavolo costruttore si
volse allora adirato al ponte per maledirlo e farlo magari sprofondare; ma ci
vide sopra una schiera di fedeli inginocchiati e alto, dritto in mezzo a loro,
il Santo che reggeva il Crocifisso. A quella vista Satanasso non seppe più che
fare: balzò nel torrente e scomparve in una nuvola di vapori di zolfo; ma il ponte
rimase allora e rimane ancor oggi, dopo secoli e secoli, a testimoniare la serena,
ingenua fede dei valligiani, cui tanto piace la storia di quel diavolo bonaccione,
costruttore di opere di pubblica utilità. Tuttavia quel ponte conserva ancora
qualcosa di peccaminoso. Alla domenica e nelle altre feste più o meno comandate,
per le Valli di Lanzo amano sperdersi le coppiette in cerca di solitudini sentimentali,
quando la primavera fa tiepido il sole, o l'estate rende care e propizie le ombre
dei boschi. Guai se una coppietta, ancora relativamente ingenua, durante il suo
pellegrinaggio, giunge sul ponte del diavolo, incerta se passare all'altra sponda.
Dalle antiche pietre di origine infernale sorge subito il cattivo suggerimento,
le ultime resistenze... non resistono più, e continua fatale la marcia dolcissima
vero il peccato. Tutta colpa del diavolo costruttore, che non vuole aver lavorato
per niente.
Un'altra versione della leggenda tira in ballo due innamorati, divisi - nel loro
amore - dal fiume: «Il cavaliere, rivolgendosi al santo eremita, disse: "[...]
Mi diceste che più volte il demonio vi tentò in vesti di capro, offrendovi i servigi
più vari. Riterreste peccato il cedere alla sua offerta, se in cambio poteste
ottenere la gioia di due giovani amanti? Ciò che per gli uomini è un'opera impossibile
potrebbe esser chiesta al principe delle tenebre. È in vostro potere proporgli
di innalzare un ponte che colleghi le due sponde di questo rivo". "Ingenuo cavaliere"
lo interruppe l'eremita, "dovete tener conto del prezzo che quest'opera richiederebbe:
l'anima di un figlio di Dio, offerta al Re delle Mosche. Come scordare, però,
l'invito evangelico ad esser puri come colombe ed astuti come serpi? I figli della
luce sono più scaltri dei figli delle tenebre, e ritengo possibile un patto con
il demonio." Scesa la notte, i due si stesero tra gli sterpi non prima d'aver
consumato un frugale pasto. La brace del fuoco appiccato al tramonto emetteva
ancora piccole scintille; non appena il cavaliere cadde addormentato, le faville
incominciarono a prender forma di creature alate che circondarono l'eremita obbligandolo
a mettersi in ginocchio. Non appena una folata di vento riappiccò il fuoco, egli
vide uscire da un cespuglio un orrendo capro che corse verso la pira infiammandosi
orribilmente. Compreso che si trattava di Satana in persona, l'eremita si alzò
immediatamente in piedi, rifiutando di mantenere la postura d'adorazione che aveva
acquistato. Nel farlo, le scintille lo bruciarono in più parti del corpo, ma egli
riuscì a ricacciare in gola ogni gemito. Lo sguardo fiero del sant'uomo era in
grado di reggere quello fiammeggiante che gli era opposto. Non lasciò che il capro
prendesse la parola, ma gli espose immediatamente la sua proposta: in cambio della
costruzione di un ponte sopra il corso d'acqua, gli avrebbe concesso l'anima di
colui che per primo lo avesse attraversato. Il capro svanì con una risata assordante.
Quella notte una grande tempesta si scatenò improvvisa. Le popolazioni dei borghi
ai lati del fiume udirono per ore il rumore di massi che si staccavano dai fianchi
delle montagne per precipitare rovinosamente nelle acque. Fulmini e saette guizzarono
per ogni dove, scolpendo un'opera che sarebbe durata nei secoli. Il cavaliere
e l'eremita erano stati costretti a rifugiarsi nella cappella, a causa dell'enorme
quantità d'acqua che le riserve celesti avevano rovesciato sulla terra per tutta
la notte. Non ne uscirono se non dopo aver recitato le lodi mattutine. Alla loro
sinistra troneggiava imperioso un ponte a basto che attraversava il corso d'acqua
con una sola arditissima campata. Dietro una colonna del pronao, un orrido capro
attendeva di catturare la prima creatura che gli sarebbe di diritto appartenuta.
Il cavaliere udì dietro di sé un rumore assordante che lo indusse a voltarsi.
Il santo eremita, invece, sembrava rendersi perfettamente conto di ciò che stava
avvenendo; pareva, anzi, che lo avesse previsto. Una mandria di porci stava scendendo
lungo la pendice del monte che sovrastava la cappella; per la sorpresa di trovarsi
dinanzi ad un'opera così imponente realizzata da un giorno all'altro, il porcaro
non s'avvide d'una delle sue bestie che si diresse verso l'imbocco del ponte,
attraversandolo di corsa. Il capro, furioso, fece alcuni passi incredulo. E quando
comprese d'esser stato gabbato dall'eremita, diede un colpo con uno dei suoi zoccoli
sulle rocce antistanti la cappella con quanta più forza avesse in corpo. Poi svanì
in una nuvola di zolfo, lasciando dietro di sé testimonianza della sua ira.» Abbiamo
riportato le due versioni della leggenda poiché quest'ultima arricchisce il racconto
di un elemento curioso. Il Diavolo, secondo questa versione, colpisce una roccia
antistante la cappella con lo zoccolo dei suoi piedi caprini. Nei pressi della
chiesetta, prima di salire sul ponte, è ancora visibile una piccola incavatura
rotonda nella roccia, abbastanza profonda, attribuita al calcio furioso.
"Testimonianza della sua ira"?
Fonte da: Mondo romantico,settimanale illustrato, Torino
|